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domenica 5 gennaio 2020

MANTOVA: Palazzo Te


Una splendida giornata è l'ideale per una approfondita visita a Palazzo Te. Vi si può andare comodamente a piedi 🚶🚶🚶 in una ventina di minuti dal centro, oppure con una Navetta Gratuita 🚐🚐🚐 da Centro città o in auto parcheggiando negli ampi spazi del Parco o in quelli adiacenti allo Stadio Calcistico ⚽⚽. 


La Villa fu voluta da Federico II Gonzaga e appositamente progettata, realizzata e decorata da Giulio Romano tra il 1524 e il 1534. E' tra i gioielli del RINASCIMENTO ITALIANO. E' l'opera più importante di Giulio Romano, che sorgeva su un isola. Giulio Romano ha usato materiali poveri reperibili in ambiente mantovano. Poi il lago si prosciugò. Il padre Francesco teneva qui le stalle con i suoi cavalli. Federico voleva qui un luogo per lo svago e il riposo ove poter organizzare fastosi ricevimenti con ospiti illustri, ma anche vivere i suoi focosi amori (da cui il ricorrente simbolo della SALAMANDRA, che avendo sangue freddo dovrebbe placare un po' i bollenti spiriti di Federico!).  è l'emblema, o impresa, del marchese Federico, e allude al tormento d'amore che il rettile, dal sangue freddo e resistente al fuoco (secondo la credenza popolare), non conosce. Federico aveva una favorita, Isabella Boschetti, amore contrastato.





CONSIGLIATISSIMO munirsi di biglietto on line per saltare la coda. Tutte le info su orari, prezzi e modalità di visita le trovate sul Sito:


Sito Ufficiale
Call center 041 - 2719013

Il nome TE, non c'entra nulla con la bevanda calda!  Mantova era anticamente circondata da quattro laghi formati dal corso del fiume Mincio; poco distante dall'isola su cui sorse la città si trovava un'altra isola denominata sin dal medioevo Teieto (poi abbreviato in Te) collegata con un ponte alle mura meridionali della città.

Il complesso monumentale di Palazzo Te (costruito nel 1525) si presenta agli occhi del visitatore con uno sviluppo fortemente orizzontale. Progettato su pianta quadrata con un ampio cortile interno, il palazzo si ispira concettualmente alla villa rustica antica, dove si privilegiano le vedute orizzontali in un continuo dialogo tra architettura e ambiente circostante. Giulio Romano crea un ordine unico ritmato. Interessante è il gioco che Giulio Romano crea tra vera e finta pietra, gioco che fa da specchio al rimando tra natura e artificio costantemente presente nella decorazione del palazzo.

Le sale sono tantissime e la visita richiede almeno un paio d'ore. Abbiamo scattato alcune foto nelle sale che più tolgono il fiato:

LA SALA DEI CAVALLI


Destinato all'accoglienza degli ospiti e alle più importanti cerimonie, l'ambiente, eseguito probabilmente tra il 1526 e il 1528, prende il nome dai ritratti dei superbi destrieri dipinti con nobile portamento a grandezza naturale nella parte inferiore delle pareti affrescate.
Federico, come il padre e i suoi avi, li allevava nelle celebri scuderie gonzaghesche e li teneva in massimo conto, considerandoli l'omaggio più alto che si potesse fare ad un amico o ad un ospite illustre.
Due dei sei cavalli recano ancora in basso il proprio nome: Morel Favorito, il cavallo grigio della parete sud; Dario, il destriero più chiaro della parete nord.


I cavalli, che spiccano sullo sfondo di paesaggi, dominano una grandiosa architettura dipinta alle pareti, ritmata da lesene corinzie e nicchie che ospitano statue di divinità o, sopra le finestre, busti di personaggi.  



CAMERA DI AMORE E PSICHE
 

L'ambiente, il più sontuoso del palazzo per la ricchezza e il pregio delle decorazioni, deriva il proprio nome dalla favola di Amore e Psiche, tratta dalla "Metamorfosi"; di Apuleio, narrata sulla volta e nelle lunette. La sala, detta "camaron quadro" è uno spazio destinato ai visitatori di maggior prestigio. Lungo la cornice che corre ai piedi delle lunette, a partire dalla parete est, quella che ospita il camino di marmo rosso veronese, si legge l'iscrizione che ricorda i titoli di Federico Gonzaga e il ruolo attribuito alla villa, destinata all'"onesto ozio" dopo le fatiche dell'attività di governo ("HONESTO OCIO POST LABORES AD REPARANDAM VIRT[utem] QVIETI CONSTRVI MANDAVIT").

AMORE E PSICHE

ZEUS E OLIMPIADE
 
Sulle pareti sud e ovest sono rappresentati i preparativi di un banchetto ambientato in campagna. Sono presenti Amore e Psiche, con la figlia Voluttà, sdraiati su un letto (parete sud).
Altre favole mitologiche, che narrano di amori contrastati, decorano le pareti nord ed est: Bagno di Marte e Venere (parete nord, a sinistra); Bacco e Arianna (al centro); Venere e Adone (a destra); Giove e Olimpiade (parete est, a sinistra); Polifemo con Galatea e Aci (al centro); Pasifae e il toro (a destra). Gli affreschi sono databili tra il 1526 e il 1528. Inizia da questa camera la serie di pavimenti tardo settecenteschi "a terrazzo". LEGGI LA DESCRIZIONE DETTAGLIATA QUI

POLIFEMO
CAMERA DEI GIGANTI


L’ambiente, eseguito in via definitiva tra il 1532 e il 1535, narra la vicenda della Caduta dei Giganti, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. La camera è la più famosa e spettacolare del palazzo, sia per il dinamismo e la potenza espressiva delle enormi e tumultuose immagini, sia per l’audace ideazione pittorica, volta a negare i limiti architettonici dell’ambiente, in maniera tale che la pittura non abbia altri vincoli spaziali se non quelli generati dalla realtà dipinta. Giulio Romano infatti interviene per celare gli stacchi tra i piani orizzontale e verticale: smussa gli angoli tra le pareti, gli angoli tra le pareti e la volta e realizza un pavimento, oggi perduto, costituito da un mosaico di ciottoli di fiume che prosegue, dipinto, alla base delle pareti. Con questo stupefacente artificio unitario e illusionistico, l’artista intende catapultare lo spettatore nel vivo dell’evento in atto, per produrre in lui stupore e sensazione di straniamento.




La scena è fissata nel momento in cui dal cielo si scatena la vendetta divina nei confronti degli sciagurati giganti che, dalla piana greca di Flegra, tentano il vano assalto all’Olimpo, sovrapponendo al massiccio dell’Ossa il monte Pelio. Giove, rappresentato sulla volta con in pugno i fulmini, abbandonato il trono, scende sulle nuvole sottostanti, chiama a sé l’assemblea degli immortali e, assistito da Giunone, punisce i ribelli: alcuni dei giganti vengono travolti dal precipitare della montagna, altri sono investiti da impetuosi corsi d’acqua, altri ancora vengono abbattutti dal crollo di un edificio. La scena, in origine, era resa ancora più drammatica dal bagliore delle fiamme prodotte da un camino realizzato sulla parete tra le finestre. Il pavimento, ideato da Paolo Pozzo, risale al secondo Settecento.


MOSTRA: GIULIO ROMANO, ARTE E DESIDERIO

[Giulio Romano e il marchese Federico II Gonzaga]
se n’andarono fuor della porta di S. Bastiano, lontano un tiro di balestra,
dove sua eccellenza aveva un luogo e certe stalle chiamato il T(e) [...]
E quivi arrivati, disse il marchese che avrebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare ridurvisi al volta a desinare, o a cena per ispasso.
(G.Vasari, 1568)

Sito della Mostra: Arte e desiderio 
La mostra indaga la relazione tra immagini erotiche del mondo classico e invenzioni figurative prodotte nella prima metà del Cinquecento in Italia. Concentrandosi sulla produzione di Giulio Romano, il percorso espositivo evidenzia la capillare diffusione di un vasto repertorio di immagini erotiche nella cultura artistica cinquecentesca e svela le influenze esistenti tra cultura alta e cultura bassa nella produzione di tali immagini.


La quinta sezione della Mostra costituisce il cuore della mostra ed è dedicata al quadro monumentale di Giulio Romano intitolato i Due Amanti, conservato all’Ermitage, il quale potrebbe essere stato realizzato poco prima dell’arrivo dell’artista a Mantova, nel 1524, e condotto nella città dei Gonzaga per il marchese Federico.

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"Si trovano su di un letto estremamente raffinato e ricchissimi particolari che ci fanno toccare con mano la matericità di ogni superficie. I cuscini, le lenzuola, le nappe cadenti, il vestito semi abbandonato sul pavimento e le tende del letto aperte come un sipario.
Non è Marte o Vulcano, non è Venere o Giunone.
Sono semplicemente due giovani della porta accanto intenti ad abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altro.
Probabilmente la scena si svolge all’interno di un luogo di piacere dove si celebrava l’amore su appuntamento.
Alla destra di una tela lunga 337 cm si apre una porta dove una vecchia, forse la proprietaria della struttura, che spia con malizia mentre un cane le si arrampica sulle ginocchia per afferrare le chiavi, riferimento fin troppo esplicito al verbo della scena.
La vecchia allude, per contrasto, al rapporto con la giovane che può ancora godersi il fiore degli anni come avrebbe fatto un pittore veneto come Giorgione.
Si tratta di un capolavoro di Giulio Romano che, secondo la critica, è assegnato alla committenza di Federico II Gonzaga in un periodo immediatamente precedente alla sua partenza da Roma per Mantova avvenuta nel 1524.
Quindi si tratterebbe del suo “biglietto da visita” da presentare ai Gonzaga, l’opera prima che mostra tutte le sue abilità.
Infatti Giulio Romano non arriverà mai a un tale livello di precisione, di raffinatezza, studiando le ombre, i panneggi e il ricciolo di ogni dettaglio. Solo l’anatomia dei corpi è più approssimativa e meno aggraziata ma il reale e ultimo scopo di un quadro così è di appassionare l’osservatore, di fargli provare il desiderio di essere lui o lei.
In fondo chi guarda l’opera è un po’ come la vecchia: spia, anela, fantastica in un gioco silenzioso di palpiti.
Tutta la superficie è un inno alla libertà: agli angoli del letto sono dipinte, con l’illusione del bassorilievo, due scenette mitologiche di cui una rappresenta un satiro che si accoppia con una capra.
La testa del cavallo, sulla sinistra, sembra emettere un gemito di piacere.
Gli stessi personaggi li avremmo visti in una qualsiasi commedia del tempo o recuperata dal teatro antico, segnale di una cultura generale tesa a celebrare il piacere e la bellezza attraverso il veicolo delle pose, dei personaggi e delle forme del mondo classico. Inutile aggiungere come i ritrovamenti di antichità che negli stessi anni avvenivano a Roma non facevano altro che fornire modelli e occasione di studio agli artisti.
Non ci sono fonti certe o documenti sull’opera se non un passaggio di Vasari.
Probabilmente arriva a Mantova nel marzo del 1526 insieme alla collezione di Giulio Romano che fa preparare due carichi di antichità da trasportare per via terra e via mare e consegnare poi a Federico II.
Forse è da riconoscere proprio in quel “quadro grande su l’asse, de pictura, coperto di tela cerata” che arrivò da Roma a dorso di mulo. Alla morte di Federico sono inventariati alcuni quadri definiti “grandi” di cui quattordici erano collocati nella sua villa privata di Marmirolo.
Questo, nello specifico, doveva essere l’unico grande quadro che decorava una sala riccamente allestita con corami dorati e argentati, una lettiera di noce e una tavola grande.
Una splendida e sensuale alcova per gli incontri con la sua amante Isabella Boschetti."da Cerchidigiotto.it da: Giulio Romano, Arte e desiderio, catalogo della mostra, Electa 2019.

Il momento dell'arrivo del quadro: Vedi


 La sensuale Danae di Correggio, commissionata da Federico Gonzaga nel 1530-1532: questo dipinto è normalmente conservato alla Galleria Borghese di Roma.


"Il dipinto è ispirato al mito dell'eroina greca DANAE, figlia del re di Argo Acrisio: avendo un oracolo predetto al padre che sarebbe stato ucciso da un figlio nato da lei, venne fatta rinchiudere in una torre di bronzo ma, come narra OVIDIO, Giove la raggiunse nella sua prigione sotto forma di pioggia d'oro e la rese madre di PERSEO. Nell'arte italiana è una delle prime raffigurazioni di questo soggetto.
Correggio rappresenta Danae giacente sul letto mentre un CUPIDO preadolescente le scopre il sesso e la pioggia d'oro inizia a cadere dalla nube; di questa figura nei testi antichi non vi si fa menzione, pertanto l'invenzione del Correggio ne risulta straordinaria. Ai piedi del letto due amorini testano su una pietra le frecce d'oro e quelle di piombo.
Il fulcro della scena è giocato su un calibratissimo accordo di colori chiari fra il bianco candido del lenzuolo e il corpo color perla della Danae. Questa è rappresentata come una fanciulla che, ignara della nostra presenza, sorride fra sé e sé mentre accoglie dolcemente nel grembo le gocce d'oro. A differenza di tante altre raffigurazioni dello stesso mito, nessun turbamento accompagna questa soave figura né quella del giovane e bellissimo genio alato, qui in luogo dell'usuale servente, che assiste meravigliato all'apparizione della nuvola della pioggia d'oro.
La maggior luce nella stanza torrigiana proviene da destra ed è ampia e forte; questa illuminazione nitida e vibrante produce tuttavia ombre morbide ed effetti di sfumato. Non manca un'effusione argentina dalla finestra aperta: così il paesaggio è l'altro campo vivido, che contrasta con il tono tenero e profondo della stanza. L'osservazione attenta dei putti indica peraltro uno scendere dolce di luce anche da un opercolo superiore, ora occupato dalla nube, come indizio indispensabile all'entrata della pioggia divina. Il variare meraviglioso della carezzante illuminazione fa pensare che le figure siano state studiate con attente prove da modelli viventi. 


SITO DELLA GALLERIA BORGHESE: DANAE



All'inizio della visita, questo bellissimo Ritratto di Giulio Romano, opera del nostro amico Tiziano, la cui casa natale abbiamo visitato qualche tempo fa: CASA DI TIZIANO A PIEVE DI CADORE
 
 
 
Settembre 2019 - Giugno 2020

La città di Mantova celebra Giulio Romano, il più talentuoso tra gli allievi di Raffaello e genio indiscusso del Rinascimento italiano, con il grande progetto Mantova: Città di Giulio Romano.
Al maestro manierista è dedicato un ricco programma di eventi espositivi e proposte culturali, ideato in stretta collaborazione con le principali istituzioni del territorio.


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